Immagine quando nasce un figlio

Eccolo qua, il figlio.

Ce l’hai tra le mani ‘sta creatura.

Piccola, pelosetta, rossa come un peperone.

Calda del tuo tepore, ti si accoccola tutta addosso.

Due fessure al posto degli occhi, quattro peli in croce sulla testa, ma che tenerezza che fa quel bel testone paonazzo.

Lo guardi e pensi “ehi, ma questo è per tutta la vita ora!”. Che coraggiosa che deve essere per aver deciso di nascere in questo mondo!

Sorridi.

La sfiori con il palmo della mano la creatura, delicatamente, perché pure la pelle delle tue dita sembra troppo dura e ruvida per toccarla la creatura, che ti sembra quasi di graffiarla.

E poi la guardi, la osservi, la studi.

Ne impari tutti i piccoli dettagli del viso e del corpo. Ne memorizzi ogni piega, ogni cellula.

La tua gratitudine è infinita.

Grazie alla vita per questa creatura perfetta.

Grazie Madre Natura per avermi reso genitore.

Grazie agli alberi, agli scoiattoli e ai pesci, perché poter cullare un figlio è privilegio di pura poesia.

E poi ti viene in mente una vecchia canzone, forse non è poi neanche tanto vecchia, e tra te e te, anzi, tra te e la creatura, la canticchi.

“Ti proteggerò… perché sei un essere speciale… ed io avrò cura di te.”

La senti tutta la responsabilità, tutta, fino all’ultima goccia. Te la senti dentro e addosso, lo senti che è tanta. “Ti proteggerò… perché sei un essere speciale… ed io avrò cura di te.” Ancora, e ancora, per sempre.

E poi vai a casa.

La creatura, inspiegabilmente, cresce. E non si accoccola più tra le tue braccia e basta. Ora corre, urla, piange, vomita. Mangia tanto, a volte di continuo. Dorme poco, raramente il giusto.

Cresce. E, crescendo, a volte fa domande scomode. A volte intuisce verità mal celate. Solleva lembi di spesse coperte stese su ricordi che vorresti aver seppellito per sempre.

Tu vai al lavoro, che a volte è troppo. Hai la tua vita piena, a volte lo spazio per la creatura non è molto. A volte si deve accontentare delle briciole, la creatura.

Salta, grida, ride sguaiata la creatura. Il suo sguardo sussurra: “Mi vedi? Mi guardi? Sei qui con me?”

A volte la creatura comunica in un modo che non tolleri. Comunica in un modo che ti fa salire un fuoco dentro. Comunica in un modo che ti ricarda la tua di infanzia.

“E poi questo da grande cosa combina se a due anni già fa così?”

Comunica in un modo che proprio proprio così non si deve fare.

E allora, ti partono i due minuti.

“L’ho dovuta mettere in punizione, se no mica capisce cosa è giusto e cosa no”

“L’ho chiuso in camera, così riflette e impara”

 “Eh ma i due ceffoni li ha voluti lui eh!”

“Uno schiaffo non ha mai fatto male a nessuno!”

“Guarda io come sono cresciuto bene eh, ma solo perché i miei me le davano quando serviva”

“I ceffoni se li è cercati, me li ha strappati dalle mani”

E la creatura piano piano si fa piccola, minuscola. Fa a pezzetti la propria personalità. Affetta una parte di sé pur di andare bene a te.

Se ci sarà da cercare un colpevole, qualcuno che ha sbagliato, stai pur certo che l’unico colpevole che troverà la creatura, sarà proprio se stessa.

Perché tu sei il suo punto di riferimento. Sei colui che la protegge. Sei ciò di cui ha bisogno per trovare il suo spazio su questo pianeta, perciò, non puoi che essere perfetto.

La creatura è indifesa e non sa nulla del mondo che la circonda. L’unica cosa che la salva dai pericoli attorno a lei sono proprio gli adulti.

Ma chi la salva quando i pericoli sono gli adulti stessi?

Questa, non chiamatela educazione.

Prenditi un appunto, fatti una maglietta, scrivitelo sui muri, tatuatelo su un braccio:

“E’ una mia responsabilità.”

Se mi viene da urlare, non è la creatura che se l’è voluta, sono io che non mi sono riuscita a controllare.

Se mi parte un ceffone, non è la creatura che se l’è cercato, sono io che ho compiuto un atto di violenza.

Quando nasce una creatura, sentila tutta la responsabilità, tutta, fino all’ultima goccia.

Immagine di Flora Lovati

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